Si apre una porta e si chiude un portone.
Ho una notizia buona e una cattiva: quale volete per prima?
La buona? Il buco dell’ozono si è ristretto: ebbene sì, per la prima volta in 35 anni giunge notizia che lo strato di ozono si sta ricostruendo garantendoci una maggiore protezione dalle radiazioni ultraviolette del sole. E’ stata pura fortuna? No. E’ stato il buon senso che sembra aver dato speranza alla terra, venti anni or sono il Protocollo di Montreal ha bandito dal pianeta i gas Cfc salvandoci letteralmente “la pelle”.
La cattiva notizia? Le emissioni di CO2 nel 2013 hanno raggiunto un nuovo record.
Quindi
se da una parte le politiche mondiali sono riuscite a ridurre il buco
dell’ozono, dall’altra non riescono a frenare la presenza di anidride
carbonica nell’aria, avvolgendo la popolazione in un futuro caldo e
fuligginoso.
I
dati dell’ONU parlano chiaro: dal 1990 al 2013 si è riscontrata una
impennata del 34% di gas climalteranti in atmosfera. I colpevoli? Uno
soltanto: l’uomo!
La notizia, che ha
riempito il web in questi giorni, non è però una sorpresa. Già a
novembre scorso il Global Carbon Project lo aveva anticipato in un suo
rapporto. Lo studio effettuato rivelava chiaramente i maggiori
contribuenti alle emissioni di combustibili fossili: Cina sul podio con
il 27% , Stati Uniti in qualità di vice-campione con il 14%, sul terzo
gradino il vecchio continente con il 10% di emissioni.
Alla faccia del
Protocollo di Kyoto! Le politiche internazionali non sono riuscite
nell’intento dichiarato di ridurre alcunché, anzi sembra quasi che
abbiano remato contro. La causa principale infatti dell’aumento della
concentrazione di CO2 in atmosfera è legata ad un maggior utilizzo del
carbone, fonte che da sola riesce a garantire il 43% del totale delle
emissioni.
Alla base di ogni decisione sempre il solito movente: il profitto.
Il costo del carbone
diminuito notevolmente, congiuntamente alla crisi ucraina che limita le
prospettive al gas russo e comporta la lievitazione dei prezzi del gas
asiatico, la verosimile lentezza della concretizzazione di nuovi
gasdotti in Russia e Asia, fanno ragionevolmente presupporre una
crescita dell’uso del carbone.
Crescita che, se si
verificherà come temo, potrebbe comportare la presenza di 43 miliardi di
tonnellate di CO2 in atmosfera nel 2035, a fronte dei 36 miliardi
stimati al 2013.
E' superfluo auspicare
un cambiamento di rotta, quasi inutile sperare che improvvisamente chi
ci governa si svegli dal torpore e si renda conto che sta sbagliando su
tutta la linea. Le decisioni prese a livello internazionale, da una
parte ci hanno intrappolato nella crisi che stiamo vivendo con la
delocalizzazione delle nostre fabbriche, dall’altra, la nascita di nuove
industrie nell’est asiatico, caratterizzato da una normativa ambientale
a “maglia larga”, ci restituisce il favore incenerendo l’atmosfera.

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