Fumose strategie italiane
Il decreto Sblocca Italia ha reso “strategici' oltre alle trivelle anche gli inceneritori di rifiuti. Sarebbe stato più opportuno rendere strategico il riciclo e ridurre la quantità di rifiuti, ma come al solito chi ci governa mette in cima alla scala delle priorità gli interessi economici di pochi in loco dell’interesse collettivo…
Le alte sfere sono quindi dell’avviso che i termovalorizzatori italiani siano fondamentali e irrinunciabili, termovalorizzatori che da un punto di vista prettamente linguistico dovrebbero valorizzare i rifiuti rendendoli energia… io insisto nel credere che la valorizzazione di un rifiuto passi per il riciclo… ma si sa chi punta alla protezione dell’ambiente è normalmente un utopico visionario.
Gli
inceneritori in Italia sono 45, quasi tutti nella parte settentrionale
della nazione e chi più chi meno tutti oggetto di critiche da parte
degli ambientalisti. Se ci muovessimo dal sud lungo lo stivale a
visitarne virtualmente alcuni potremmo renderci conto meglio della
strategicità di ognuno di loro. Allora partiamo… e iniziamo il nostro
viaggio-web, connessione on line e dita sulla tastiera… digitiamo i nomi
di diversi termovalorizzatori italiani.
La
nostra prima tappa è l’inceneritore di Massafra per il quale il gruppo
Marcegaglia nel 2012 aveva presentato un progetto per il raddoppio, ne
seguiva una diatriba tra società e provincia e alla fine il TAR di Lecce
nel 2013 emanava una autorizzazione… intanto Legambiente si oppone
ancora alla volontà di appesantire un carico ambientale già eccessivo in
un’area geografica già provata dall’ILVA e dove è stata addirittura
rilevata presenza di diossina nel latte!
Già noto a molti è
l’inceneritore di Acerra della cui gestione i cittadini sembrerebbero
non fidarsi, se si considerano le proteste degli ultimi mesi per
impedire l’incenerimento di alcune ex ecoballe ritenute “sospette”.
Risalendo lo stivale ecco l’impianto di Macerata Pollenza: nell’agosto
2013 fu oggetto di una forte protesta da parte dei sindaci del
comprensorio a causa del superamento dei limiti di emissione di diossina
per ben 7 volte che ne causarono la chiusura.
Il termovalorizzatore
di Coriano del gruppo Hera è invece protagonista dello Studio Moniter
della Regione Emilia Romagna che riscontrò un aumento del rischio di
nascite pretermine ma ne attribuì la causa alla casualità: solo
coincidenza in pratica!
Nel 2013 una delibera
dell’ASL di Pistoia aveva correlato alle emissioni dell’’inceneritore di
Montale un eccesso di mortalità per patologie neoplastiche ma ciò non
ha fermato la convenzione che ne ha autorizzato il proseguimento
dell’attività fino al 2033.
Oggetto dell’indagine
avviata dall’Asl di Viareggio è stato invece l’impianto di Falascaia che
avrebbe correlato l’eccesso di tumori in Versilia alla presenza
dell’inceneritore…
Saranno tutte coincidenze? Forse.
Ma di una cosa sola siamo certi: gli inceneritori sono “strategici”.
Sicuramente sono
irrinunciabili quelli di Rovigo Villadose, Almisano, Montecchio e
Trissino che bruciano rifiuti speciali e pericolosi. Sui rifiuti
pericolosi è d’obbligo una precisazione: la normativa attuale prevede
che ogni regione bruci i propri rifiuti a casa propria a meno che non
siano pericolosi, in tal caso è possibile commissionarne l’incenerimento
altrove, ed ecco che gli inceneritori autorizzati smaltiscono quantità
di rifiuti di provenienza esterna, tipicamente dal sud verso il nord.
La lista delle
strutture è ancora lunga… ma non voglio tediare nessuno parlando di
emissioni di diossina oltre i limiti e di proteste. Prima di chiudere
però una nota a margine va fatta: a partire dal 1992 gli italiani hanno
pagato in bolletta 40 miliardi di euro con i cosiddetti cip 6: un piccolo dono ai costruttori di inceneritori… investire nel riciclo no?
No scusate, il riciclo non è strategico!

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